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1月16日 Alessandro Baricco - Castelli Di Rabbia… Lo avevano trovato che non aveva più di due giorni, infagottato in una giacca da uomo nera e appoggiato alla porta della chiesa di Quinnipak. A prenderselo in casa e ad allevarlo era stata la vedova Abegg. … Quando Pehnt compì sette anni, la vedova Abegg tirò fuori dall’armadio la giacca nera in cui lo avevano trovato, e gliela infilò. Gli arrivava sotto le ginocchia. Il bottone più alto risultava ad altezza pisello. Le maniche penzolavano come morte. “Ascoltami bene, Pehnt. Questa giacca l’ha lasciata tuo padre. Se te l’ha lasciata sarà per un qualche buon motivo. Allora cerca di capire. Tu crescerai. E succederà così: se un giorno diventerai abbastanza grande da fartela diventare di misura lascerai questa cittadina da niente e andrai a cercare fortuna nella capitale. Se invece non diventerai abbastanza grande allora resterai qui, e sarai comunque felice.” … E così cresceva Pehnt. Mangiando uova a pranzo e a cena, stando in piedi sulle seggiole (seguendo l’aurea regola secondo cui il sistema più semplice per crescere era quello di rimanere il più possibile in piedi), e annotando una verità al giorno su un quaderno viola. Girava con quella enorme giacca addosso come viaggia una lettera nella busta che reca scritta la sua destinazione. Girava avviluppato nel suo destino. Come tutti, peraltro, solo che in lui lo si poteva vedere ad occhio nudo. Non aveva mai visto la capitale e non poteva immaginare cosa precisamente stava seguendo. Ma aveva capito che, in qualche modo, il gioco consisteva nel diventare grandi. E ce la metteva tutta per vincere. Però, la notte, sotto le coperte, dove nessuno poteva vederlo, più silenziosamente possibile, con un po’ di batticuore, si rannicchiava più che poteva, proprio così, (…) si addormentava e sognava una giacca eternamente troppo grande. … Pehnt scese dalla sedia. Camminò un po’ avanti e indietro per la stanza, rimuginando pensiero e fette di frasi. Poi aprì la porta, uscì sotto la veranda e si sedette sui gradini dell’ingresso. Tirò fuori da una tasca della giacca un quadernetto viola: logoro, spiegazzato, ma con una sua dignità. Lo aprì con meticolosa cura alla prima pagina bianca. Prese dal taschino un mozzicone di matita poi (…) lentamente e con meticolosa fatica Pehnt iniziò a scrivere. … Quella del quadernetto era una storia iniziata 280 giorni prima, e cioè in quello che Pehnt festeggiò come giorno del suo ottavo compleanno. Con una certa tempestività, il ragazzino aveva già intuito, allora, che la vita è un casino tremendo e che in linea di massima si è chiamati ad affrontarla in stato di assoluta e radicale impreparazione. Soprattutto lo sconcertava il numero delle cose che occorreva imparare per sopravvivere alle incognite dell’esistenza: guardava il mondo, vedeva una sterminata quantità di oggetti, persone, situazioni e capiva che solo ad imparare i nomi di tutta quella roba –tutti i nomi, uno per uno- ci avrebbe messo una vita. Non gli sfuggiva che in ciò si celava un certo paradosso. “ce n’è troppo, di mondo” pensava. E cercava una soluzione. … Pehnt capì, (…) che la soluzione stava nell’astuzia del catalogare. Se uno, via via che imparava le cose, se le scriveva avrebbe ottenuto alla fine un completo catalogo delle cose da sapere, consultabile in ogni momento, aggiornabile ed efficace contro eventuali cali di memoria. Intuì che scrivere una cosa significa possederla –illusione verso cui inclina una non insignificante parte di umanità. Pensò a centinaia di pagine zeppe di parole e sentì che il mondo gli faceva molto meno paura. … 引用通告此日志的引用通告 URL 是: http://alicetta---3.spaces.live.com/blog/cns!B31C9326EE18A62B!495.trak 引用此项的网络日志
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